PRESENTA

 

MAQOM IV - UTOPOS

L'ultimo parto della bestia Trasponsonic, ennesima filiazione del progetto Maqom, un viaggio nei meandri della storia dei popoli del Mediterraneo che hanno popolato nei millenni la Sardegna e in particolare i nostri villaggi al di la del bene e del male. La mente viene catapultata nel mezzo di battaglie sanguinose e rituali di propiziazione e nelle musiche che idealmente le accompagnavano. Free-jazz ed arcaismi musicali in una devastante esperienza psichedelica tribale.
The latest birth from the beast Trasponsonic, nth filiation of the project Maqom, a journey around the labyrinth of the history of the Mediterranean cultures who, over the milleniums, had been populating Sardinia and in particular our villages, beyond any good and evil. The soul is projected amidst bloody battles and propitiation rituals as well as in the musics that ideally would accompany them. Free-Jazz and musical archaisms in a devastating psychedelic-tribal experience.

Trasponsonic Inc. 2007

 

 

Nasprias Cave´ // `Utopos´

Autore disco:
Maqom II / Maqom IV

Etichetta:
Trasponsonic (I)

Link:
www.trasponsonic.net

Formato:
Cd-R

Anno di Pubblicazione:
2008

Titoli:
1) Mater 2) Dominum 3) Mistycae 4) Aere // 1) - 2) - 3) - 4) -

Durata:
29:56 // 51:31


Con:
M.S. Miroslaw, Ersilio Campostorto, Andrea Porcu, Antonov.


L’annichilente Morso Del Buio
x Marco Carcasi


L’azzurro terso e riarso del precedente “Tam-El”, cede il passo all’allungarsi delle ombre.
Magistrale doppia prova.
“Nasprias Cave” e “Utopos” sono, quanto di meglio prodotto attualmente dalle nostre parti (e non solo…), in ambito free/etno/lisergic/folk.
Due vertigini registrate nella (magica vien da supporre…) grotta di Nasprias (fra i vigneti del Marghine), dove, la bruciante lucentezza del progetto Maqom, viene contaminata da umori rituali sinistramente dissonanti.
Un accelerazione, un lasciarsi il sole alle spalle carezzando l’approssimarsi del buio.
Il suo manifestarsi nell’intrico acustico/rituale di “Nasprias Cave” ed il successivo divampare sensuale nella dissonanza/tensione estrema di “Utopos”.
“Nasprias Cave”, (opera dei soli M.S.Miroslaw ed Ersilio Campostorto), è, a tutti gli effetti, un’inesorabile sprofondamento psichico.
Ispirato dalla lettura delle opere di Mircea Eliade (in particolare, “Lo Sciamanesimo E Le Tecniche Dell’Estasi” e “Mefistofele: Il Mito Dell’Androgino”), “Nasprias Cave” è impro/etno/folk radicale, di annichilente bellezza.
Una tamorra muta, fiati, voci, una chitarra acustica, percussioni minimali, un violino, registrazione in presa diretta e livello d’ispirazione impressionante.
Frammenti folk, ritualità, derive etniche mediterranee, storpie e grottescamente sgambettanti, dissonanti accenni free.
La ripetitività acustica sfregiata da libere scosse fiatistiche che agitano lo sfondo di Mater, l’interiore scuotimento, fra ascese Popol Vuh e rincorse di voci salmodianti (circa Virgin Prunes periodo “A New Form Of Beuty”…) di Dominum e Mistycae, la luce ed il suo ultimo sussulto prima del buio di Aere, l’orgia sciamanica residuale che ne consegue, il suo annichilimento finale.
Maqom, è il cristallo tagliavetro, il punto d’incontro fra superamento e tradizione ancestrale.
Il totem, la stele di fattura indefinibile, futuribile ed arcaica al contempo.
In “Utopos”, eseguito da M.S.Miroslaw, Ersilio Campostorto, Andrea Porcu ed Antonov., i venti tesi e dissonanti incontrati in “Nasprias…”; si tramutano in profondo sussulto emotivo.
Quattro frammenti senza titolo che emulsionano performance kraut, ascese free folk, stravolgimenti impro jazz, crudi e primitivi, una sensibilità etnico/rituale (profondamente mediterranea) passata al setaccio post punk/industrial d’inizi ottanta (una jam stralunata fra This Heat, Clock Dva con ancora clarinetto e sax in formazione, Cabaret Voltaire “Three Mantras” e “Red Mecca”) e la sospensione temporale (di nuovo…) dei Popol Vuh.
Un antro umido, gelosamente celato al di sotto della terra rossa riarsa dal sole, un luogo dove ci si imbatte nell’invocazione sfinente del primo brano, nelle derive fiatistico/etno/tribali del secondo (bruciature a pelle, da processione pagana, spalmate d’acido impro jazz, nero come pece).
Stordente.
Un viaggio a ritroso fra arcaici umori mediterranei e dissezioni avanguardiste.
Un elastico teso.
“Utopos” è lo spegnersi della luce, l’affacciarsi oltre il suo bordo, l’osservar la bestia girare in cerchio affamata.
Processioni spossanti in marcia continua.
Circolarità incessante che si connette idealmente al muto cammino evocato dai Godflesh di “Streetcleaner”.
Indefinibili e sfuggenti, Maqom II e Maqom IV, sono l’osservazione del corpo sfinito che tocca con le ginocchia terra, le braccia ancora rivolte al cielo.
Riti propiziatori e corpi ripresi in caduta spossata che continuano ad agitarsi fra la polvere.
Fra la sabbia rabbiosamente sensuale di Jodoroski e l’invocazione finale del colonnello Kurtz.
Questa; signori e signore; è pura magia.