Nasprias Cave´ // `Utopos´
Autore disco:
Maqom II / Maqom IV
Etichetta:
Trasponsonic (I)
Link:
www.trasponsonic.net
Formato:
Cd-R
Anno di Pubblicazione:
2008
Titoli:
1) Mater 2) Dominum 3) Mistycae 4) Aere // 1) - 2) - 3) - 4) -
Durata:
29:56 // 51:31
Con:
M.S. Miroslaw, Ersilio Campostorto, Andrea Porcu, Antonov.
L’annichilente Morso Del Buio
x Marco Carcasi
L’azzurro terso e riarso del precedente “Tam-El”, cede il passo all’allungarsi
delle ombre.
Magistrale doppia prova.
“Nasprias Cave” e “Utopos” sono, quanto di meglio prodotto attualmente dalle
nostre parti (e non solo…), in ambito free/etno/lisergic/folk.
Due vertigini registrate nella (magica vien da supporre…) grotta di Nasprias
(fra i vigneti del Marghine), dove, la bruciante lucentezza del progetto Maqom,
viene contaminata da umori rituali sinistramente dissonanti.
Un accelerazione, un lasciarsi il sole alle spalle carezzando l’approssimarsi
del buio.
Il suo manifestarsi nell’intrico acustico/rituale di “Nasprias Cave” ed il
successivo divampare sensuale nella dissonanza/tensione estrema di “Utopos”.
“Nasprias Cave”, (opera dei soli M.S.Miroslaw ed Ersilio Campostorto), è, a
tutti gli effetti, un’inesorabile sprofondamento psichico.
Ispirato dalla lettura delle opere di Mircea Eliade (in particolare, “Lo
Sciamanesimo E Le Tecniche Dell’Estasi” e “Mefistofele: Il Mito
Dell’Androgino”), “Nasprias Cave” è impro/etno/folk radicale, di annichilente
bellezza.
Una tamorra muta, fiati, voci, una chitarra acustica, percussioni minimali, un
violino, registrazione in presa diretta e livello d’ispirazione impressionante.
Frammenti folk, ritualità, derive etniche mediterranee, storpie e grottescamente
sgambettanti, dissonanti accenni free.
La ripetitività acustica sfregiata da libere scosse fiatistiche che agitano lo
sfondo di Mater, l’interiore scuotimento, fra ascese Popol Vuh e rincorse di
voci salmodianti (circa Virgin Prunes periodo “A New Form Of Beuty”…) di Dominum
e Mistycae, la luce ed il suo ultimo sussulto prima del buio di Aere, l’orgia
sciamanica residuale che ne consegue, il suo annichilimento finale.
Maqom, è il cristallo tagliavetro, il punto d’incontro fra superamento e
tradizione ancestrale.
Il totem, la stele di fattura indefinibile, futuribile ed arcaica al contempo.
In “Utopos”, eseguito da M.S.Miroslaw, Ersilio Campostorto, Andrea Porcu ed
Antonov., i venti tesi e dissonanti incontrati in “Nasprias…”; si tramutano in
profondo sussulto emotivo.
Quattro frammenti senza titolo che emulsionano performance kraut, ascese free
folk, stravolgimenti impro jazz, crudi e primitivi, una sensibilità
etnico/rituale (profondamente mediterranea) passata al setaccio post
punk/industrial d’inizi ottanta (una jam stralunata fra This Heat, Clock Dva con
ancora clarinetto e sax in formazione, Cabaret Voltaire “Three Mantras” e “Red
Mecca”) e la sospensione temporale (di nuovo…) dei Popol Vuh.
Un antro umido, gelosamente celato al di sotto della terra rossa riarsa dal
sole, un luogo dove ci si imbatte nell’invocazione sfinente del primo brano,
nelle derive fiatistico/etno/tribali del secondo (bruciature a pelle, da
processione pagana, spalmate d’acido impro jazz, nero come pece).
Stordente.
Un viaggio a ritroso fra arcaici umori mediterranei e dissezioni avanguardiste.
Un elastico teso.
“Utopos” è lo spegnersi della luce, l’affacciarsi oltre il suo bordo, l’osservar
la bestia girare in cerchio affamata.
Processioni spossanti in marcia continua.
Circolarità incessante che si connette idealmente al muto cammino evocato dai
Godflesh di “Streetcleaner”.
Indefinibili e sfuggenti, Maqom II e Maqom IV, sono l’osservazione del corpo
sfinito che tocca con le ginocchia terra, le braccia ancora rivolte al cielo.
Riti propiziatori e corpi ripresi in caduta spossata che continuano ad agitarsi
fra la polvere.
Fra la sabbia rabbiosamente sensuale di Jodoroski e l’invocazione finale del
colonnello Kurtz.
Questa; signori e signore; è pura magia.