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"
This is the Vale of Har, and this is the tent of Har.
Who art thou, poor blind man, I am Mnetha
And this is Har and Heva, trembling at my side.
Come, my children, rise...".
William Blake
"Tiriel", Scene Two," The Gardens of The Vale of Har". |
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L'aporetica coesistenza
di magia e disincanto è il leitmotiv del debut album di India Von Halkein."Mnetha"
è tentativo di espressione del tragico e del progressivo e ineluttabile
tramonto dell' "umano" e del "divino" nell'evo post-industriale;
ma la stessa forza e intensità del sentimento del nulla è un
sentirsi vivi ed esistenti riappropriandosi, attraverso la rappresentazione
sonico-eucaristica,di un senso e di una significatività con-solatrice
capace di liberare,seppure temporaneamente, dalla nausea e l'ang-oscia per
"l'assurdo"... L'omonimo - insieme celestiale e apocalittico - lieder
d'apertura, tra cori angelici e visioni aurorali,da inizio al polimorfo "carmen
continuum" di trasfigurazioni, alla liturgia estatica
che il tribalismo occulto e la percussività magnetica di "Dervish"
sublimano in una mistica vertigine lambendo,a tratti, la trance allucinogena
dei dervisci rotanti...Un passo oltre, e ci si immerge nel livido oceano della
funerea "Entropy", abulicamente sospesa in una ectoplasmica caligine
di pulsazioni elettroniche e languidi accordi di chitarra,fitti grappoli di
percussioni mediorientali e densi fumi di tromba tra odalische eroinomani
e spettrali
declamazioni...L'enfasi etnica e cerimoniale delle prime tracce cede il posto
al cupo livore e alla desolazione esistenziale del raga industriale di "Still
the day",il cui pathos suicida è
filtrato e trattenuto mediante l'atarassica compostezza del cantato; è
qui che si celano i più inquieti fantasmi interiori: nel baritono catacombale
del vocalist e nel rosario corrosivo e alienante dell'harmonium... I clangori
metallici di un treno in corsa conducono verso il deliquio oppiaceo di ...
,terrificante e annichilente discesa agli inferi,nonchè vertice di
aberrazione tossicofila...Ed è la volta di "Helga",febbricitante
nenia di drones e feedbacks,un suadente e
peccaminoso intreccio di perversione e dolcezza,pudicizia e lascivia, ed apice
melodico del disco.La stasi monodica di "T-Tower" introduce ad un
nuovo incubo: un nugolo sintetico di sospiri meccanici,vibrazioni subliminali
e voci filtrate s'innesta prontamente nell'interludio di "Aranyaka",atono
e asfittico "raga del dolore",che conduce
all' apoteosi titanica e marziale di "Phantasmata", estenuante ed
orrifico cerimoniale per orde di dannati che si aggirano tra le folate di
miasmi nucleari, gorgo sonico, minaccioso ed oscuro,
di interferenze aliene e sintetizzatori in staccato, in cui il tono mantrico
e messianico delle litanie di India Von Halkein raggiunge il suo climax di
negatività ed efferatezza...
Neurath |
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The
aporethic co-existence of magic and disillusion is the Leitmotiv of India
Von Halkein's debut album. "Mnetha" is an attempt of expression for the tragic,
the progressive and the ineluctable sunset of both the "human" and
the "divine" of the post-industrial Middle Ages; but the same strenght
and intensity of the sensation of nothingness is that of feeling
alive and existent while catching again a sense and a consolatory significance
able to give freedom, even if temporarily, from the nausea and the anguish
for the "absurd" throughout the sonic-Eucharistic representation.
... the homonymous both celestial and apocalyptic opening lieder gives start
to the polimorphous "carmen continuum" of transfigurations and aesthatic
liturgy, between angelic choirs and auroral visions that the following occult tribalism
and magnetic percussion in "Dervish" exalt in a mystical vertigo,
lapping sometimes the allucinating trance of the rotating dervishes... a step
forward, and we get immersed in the livid ocean of funereal "Enthropy",
abulicly suspended in an ectoplasmic fog of electronic pulsations and feeble
guitar chords, thick swarms of middle-east percussions and trumpet smokey dense clouds
among heroin-addict odalisques and spectral declamations... the ethnical
and cerimonial emphasis of the first tracks leaves ground to the gloomy malice
and existential desolation of the industrial raga "Still The Day",
whose suicidal pathos is filtered and restrained by the atharaxic composure
of the singing; here is where the innmost restless ghosts are hidden:
the vocalist catacombal baritone and the corrosive and alienating rosary of
harmonium... The metallic clangour of a train on the run leads us to the opiate
swoom ... annhilating and terrifyng descent to the Hades, as well as vertex
of toxicophiliac aberration... and it is the time of "Helga", feverish
nenia of drones and feedbacks, a persuasive and sinful plait of sweetness
and pervertion, lust and chastity and melodic height of the disc. The monodic
stasis of "T-Tower" introduces a new nightmare: a synthetic cloud
of mechanical whispers, subliminal vibes and filtered voices promptly inoculate
the interlude of "Aranayaka", atonous and asphyctic "raga of
grief" that leads to the titanical and martial apotheosis of "Phantasmata",
exhausting and horrid ceremonial for hordes of damned souls wandering amid
the gusts of nuclear miasmas, sonic whirlpool, threatening and obscure, of
alien interferences and synthesizers in the distance, during which the mantric
and messianic tone of India Von Halkein reaches its climax of negativity and
cruelty...
Neurath |
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Mnetha
Autore disco:
India Von Halkein
Etichetta:
Trasponsonic (I)
Link:
www.trasponsonic.net
Formato:
CD-R
Anno di Pubblicazione:
2008
Titoli:
1) Mnetha 2) Dervish 3) Entropy 4) Still The Day 5) C H NO (CHO) 6) T-Tower
7) Aranyaka 8) Phantasmata
Durata:
47:09
Con:
India Von Halkein, M.S. Miroslaw, Ethan Varss, Gabriel L.B.
Stordente Ritualità industriale
x Marco Carcasi
Casa Trasponsonic procede spedita nella sua opera di annullamento della distanza
fra cielo e terra. Questo “Mnetha”, di India Von Halkein, è un incestuoso
ed allucinato connubio fra estasi e perdizione (spesso convergenti…); sacra
ritualità ed eccessi di parossismo intossicante.
Altezze vertiginose; sospensione e caduta libera. Le ali in fiamme. L’esatto
istante antecedente il divampar della prima scintilla, l’appuntamento imprescindibile
con l’esplosione del bianco assoluto, questo; pare essere il punto di arrivo
di tutta la produzione Trasponsonic (“Mnetha” ne è conferma…). Una concezione
che unisce terra riarsa e schede madri incrostate, narcosi spirituale ed abissi
drogherecci da fumeria d’oppio imparanoiata. Bellezza; visione.
Spunti ellittici etnici (in lungo ed in largo…), ombrosità dark/wave, scatafasci
armonici fra prog in fase post-collasso e lisergia piana e distesa; qualcos’altro
che dimentico. Dell’altro; c’è sempre dell’altro.
Dalle parti indifferentemente degli SPK di “Zamia Lehmanni” quanto dei Suicide,
Doors persi sotto la pioggia e Savage Republic, la scuola tutta di Los Angeles
ed i Test Dept prima, molto prima della sbornia rave, Zoviet France e Rapoon
senz’altro, ma anche This Heat e la claustro-fobia dei primi Wolfgang Press,
ed ancora, a ruota libera e briglie sciolte, i Quicksilver di Maiden Of The
Cancer Moon e Calvary, Webcore; Oroonies e Talk Talk.
Ma sono soltanto indicazioni e pretesti di massima zoppicanti; India Von Halkein
è ruggine che segna a fondo la materia. Vocalità effettata/allucinata, penitenza
tribale, circolarità digitalizzata ed abbandono ritmico romantico. Camere,
grotte, spazio, buio, luce improvvisa; Florian Fricke nell’interno copertina
di “In Den Gärten Pharaos”. Quello che non c’è più e quello che si immagina/si
vorrebbe; esserci. Aranyaka e Phantasmata sono luoghi che concedono spazio,
infinito prima; costrizione e claustrofobia poi. India Von Halkein è nube
in continua lotta con il sole.
La pioggia poi.
E l’altezza anche in questo caso; c’entra di nuovo.
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