ETNOPSYCHIC TRIP PROJECT
"ECHOES OF THE REMOTE LANDS"
 
Se possiedi ali, voli.
Ma non potrai sottrarti allo sforzo che precede l'atto.
Se non possiedi ali, cadrai.
L'importante, è contemplar ed esporsi al vuoto, questo il punto.
Il laboratorio isolano/isolato di Andrej Porcu torna ad emetter segnali.
Rovistando tra cianfrusaglie metallico/organiche, qualche richiamo ornitologico, inceppi di nastri e cd, invocazioni di cordame rugginoso e allucinatorie calibrature di delay.
In casa e in solitudine, altro non serve.
L'urto dei suoni di un paese in festa pagana, clangore di metalli, processioni e genuflessioni devozionali, uguali ad ogni latitudine non globalizzata.
Le bocche mute e gli occhi accesi degli astanti.
Fumo di narghilè e l'odore spesso della legna che combusta nel camino sbrecciato, contrapposti e identici.
Alzare le braccia verso l'alto, lasciarle cadere in basso, in rapida successione, per ore, per giorni (Samebes Patu Nepet).
Gli Zoviet France e l'urlo continuo del mare che sbatte, mentre il vento flagella carne (Groput Vibe Kralet).
Atterriti e concentrati.
Agguerriti e in attesa.
Dammi della chimica, questa discarica deve bruciare.
Muffe e tralicci in disuso.
Un sibilo, un rantolo e poi nulla.
Affanculo il buio.
La vita brulica oltre i resti.
Di me e di te.

Marco Carcasi www.kathodik.it

 

 

 

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